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Una vera coscienza collettiva di pace, passa per un’informazione libera e responsabile
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Paolo Serventi Longhi



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 Una vera coscienza collettiva di pace, passa per un’informazione libera e responsabile

Paolo Serventi- Longhi, Segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Buona Sera a tutti, grazie alla Tavola della Pace, a Flavio, a tutti gli amici per questo invito e anche per la decisione di realizzare un momento di riflessione su pace e informazione, alla vigilia di queste sessioni tematiche che precederanno la Marcia di Domenica. Ci siamo visti con gli amici della Tavola della Pace qualche settimana fa, prima delle ferie; successivamente abbiamo riunito i nostri organismi e per la prima volta, nella storia della nostra organizzazione, la Federazione Nazionale della Stampa, il Sindacato Unitario dei Giornalisti ha formalmente aderito alla Tavola della Pace.
Io sono davvero contento quindi di essere qua, siamo già in tanti oggi, tanti giornalisti, tante colleghe e tanti colleghi, in tanti saremo domenica alla Marcia, è importante che in questo momento facciamo qualche riflessione: per la verità il programma prevede che io porti un saluto fine a sé , anche se non è proprio nella mia condizione umana di portare saluti, proprio non ce la faccio quindi qualcosa di un po’ più di merito dirò, perché il problema, il rapporto tra pace, comunicazione e informazione è un problema enorme: gli amici della Tavola nell’organizzare questa riunione e proprio in vista del dibattito, ponevano tre domande molto serie, che tra l’altro il Presidente ha come dire affrontato e risposto, da par suo in modo, mi sembra, molto netto e molto chiaro e tra l’altro anche io in questa occasione voglio ricordare i giornalisti, le colleghe, i colleghi, i tele-cineoperatori, i fotografi, gli operatori della comunicazione che sono morti per fare informazione nei teatri di conflitto. Enzo Baldoni è uno di questi è un figlio della Terra Umbra che ci ha lasciato oramai da qualche tempo; non sappiamo ancora se torneranno i suoi resti in Italia, lo speriamo molto, certamente noi lo ricorderemo, lo ricordiamo insieme ai colleghi dell’Associazione della Stampa Umbra, ai colleghi dell’UsigRai, alle Istituzioni, agli Enti Locali di questa Regione, della Provincia di Perugia e del Comune di Gubbio, perché a Gubbio faremo nelle prossime settimane il nostro tradizionale Forum e in quella circostanza faremo anche un ricordo concreto, cercheremo cioè di dare delle borse di studio a giovani giornalisti iracheni, dell’Afghanistan, delle situazioni, delle aree di conflitto, delle borse di studio proprio per approfondire i temi dell’informazione e della comunicazione.
Vengo agli aspetti che mi interessa maggiormente sollevare e sottolineare: credo, caro Flavio, care amiche, cari amici, che in questo momento nel mondo, non c’è un’informazione di pace, non c’è una vera informazione di pace, non c’è una corretta informazione di pace; dai media grandi, piccoli, non passa un messaggio chiaro, globale, trasversale che è quello che la guerra genera sempre lutti, fame, devastazione, ma anche intolleranza, vendette, ma anche censura, propaganda; ecco perché la guerra, noi della Federazione Nazionale della Stampa, del Sindacato Unitario dei Giornalisti la riteniamo in via pregiudiziale, direi ideologica, diciamo ideale, nemica della libera informazione ; la pace produce vita, sviluppo economico e sociale, cultura, tolleranza, comprensione, dialogo, democrazia e libertà d’informazione.
L’informazione nel mondo è un problema non solo italiano, non aiuta a fare questa scelta radicale a favore della pace. La guerra e la pace risultano buone o cattive a seconda di chi le promuove : perché, dove, quando, in quali circostanze? E’ una scelta politica, editoriale, è una scelta dell’area di conservazione, ma anche spesso delle aree progressiste, è una scelta che prescinde da qualsiasi analisi delle ragioni storiche, economiche, culturali che determinano i conflitti. Si è pro o contro l’uno o l’altro dei contendenti per ragioni appunto pregiudiziali, di schieramento; penso alle guerre esportate, per alcuni sono sempre buone, per altri c’è quella buona, la Serbia, il Kosovo,la guerra originata dalla crisi del Kosovo e quella cattiva, l’Iraq; per i Neocoons , per Bush le guerre decise dagli Stati Uniti o dal Governo americano fuori dai confini, sono tutte buone: ma quale grande media internazionale, quale network, quale agenzia internazionale, quale grande giornale internazionale o italiano ha cercato realmente d’interrogarsi, di capire, di spiegare, di comprendere dal profondo.
L’11 settembre (e non è un caso che facciamo la Marcia della Pace l’11 Settembre), ha abrogato l’analisi critica, ha reso difficile l’inchiesta, la capacità di mediare tra i fatti e gli utenti dell’informazione, è stato fatto e viene fatto tutti i giorni un grande falò della ragione e della coscienza, della verità e della giustizia, sull’altare purtroppo reale e tragico del terrorismo internazionale.
I giornalisti, con molte importanti eccezioni, con tante colleghe e tanti colleghi che si battono contro questo tentativo; ma i giornalisti rischiano di essere i terminali di un’operazione di occultamento della realtà, di obnubilamento del senso critico; il terrorismo diventa il pretesto per la negazione del diritto all’informazione, non abbiamo oggi molti giornalisti occidentali, del mondo internazionale, per esempio in Iraq; la negazione anche talvolta dello stesso stato di diritto e quando si arrestano persone per leggi antiterroristiche, fuori dalle leggi e dalle regole di una convivenza civile tra persone che hanno culture differenti, è lo stato di diritto che ne soffre.
Si regolano vecchi conti con l’informazione libera, la più avveduta: negli Stati Uniti, in Europa, impazzano i richiami all’ordine, gli “embedded”, i tentativi di imporre uno stato di assedio continuo, di cambiare le leggi, si criminalizzano i media alternativi che vengono colpiti, perseguiti e messi talvolta nell’impossibilità di operare; è drammatico tentativo, per ora rientrato, di modificare le leggi, di modificare il codice militare, prevedendo il carcere per gli inviati che rifiutano di credere alle veline dei comandi militari. Judith Miller, una collega americana, statunitense, perché negli Stati Uniti vi sono tante persone che la pensano come noi, come me, una collega del New York Times, in questo momento si trova in carcere a New York, per avere difeso la fonte di una notizia compromettente per l’Amministrazione Bush e riguardante le famose armi di distruzione di massa, ricordate. Il mio, quello delle organizzazioni internazionali dei giornalisti, la Federazione Internazionale dei Giornalisti, è un giudizio preoccupato; non vedo nel mondo dell’informazione internazionale ed anche italiana, una mobilitazione forte in difesa della pace e dell’autonomia dei media; c’è bisogno di lottare di più di quello che facciamo, ne parleremo anche in chiave autocritica al Forum di Gubbio, a metà ottobre. Non vedo azioni forti dei nostri Editori, dei padroni dei giornali, dei Tycoon dei network, dei direttori e di tante colleghe e colleghi: lo stesso rinnovo del contratto dei giornalisti è usato per ridurre la dialettica nelle redazioni; ma in queste redazioni, tanti miei colleghi italiani chiedono tutti i giorni ai loro direttori di inviare testimoni a seguire le guerre note e quelle da dimenticare e alcuni direttori lo chiedono ai loro editori, senza ottenere soddisfazioni e risposte: occorre che la società, i movimenti, il mondo del pacifismo sia più presente sui temi della comunicazione. Non è questo tema della comunicazione e dell’informazione una roba politicante che può essere appaltata al Sindacato dei Giornalisti o alle organizzazioni sindacali dei lavoratori dell’informazione: è un problema che riguarda tutti, la democrazia quotidiana, quello che succede oggi e quello che succederà domani dopo le elezioni politiche in questo Paese, e non è una roba da rimuovere con fastidio. Occorre capire che una vera coscienza collettiva di pace, passa per un’informazione libera e responsabile; occorre più informazione alternativa, diversa e un grande lavoro con gli operatori, insieme noi, movimenti e associazioni, ancora una volta tra giornalisti, non giornalisti, associazioni e movimenti: la Perugia – Assisi è un evento mediatico importante, uno dei pochi che buca, ma non è sufficiente: dobbiamo tutti fare di più, tutti i giorni, nelle redazioni, nei nostri posti di lavoro per difendere il diritto della gente a conoscere. In Italia dobbiamo avere la capacità di continuare a scandalizzarci per le leggi liberticide del diritto di cronaca, della libertà d’informazione, dobbiamo avere la capacità di considerare la Rai, (ne parlerà Roberto Natale), il servizio pubblico, il nostro servizio pubblico come un nostro diritto ad un’informazione di qualità, completa, non appaltata da alcuno, non appaltata al Governo, oppure ai partiti. Per questo ci siamo battuti insieme a centinaia di organizzazioni, sindacati, movimenti contro la “ Legge Gasparri “, che genera gli squilibri che noi conosciamo, contro i tentativi di distruggere la credibilità del servizio pubblico e dei suoi giornalisti. La Diretta, la trasmissione in diretta della Perugia-Assisi che quest’anno curerà la terza rete televisiva e altre emittenti in tutta Italia, ma parlo naturalmente della Rai in questo momento, è la prima dopo tante dirette negate : la Rai deve essere protagonista della ricerca della verità, non deve realizzare quotidianamente tentativi di disinformazione pesanti sulla pelle della gente; tanti colleghi, colleghe del servizio pubblico, la maggioranza sono convinto, sono d’accordo con me: non basta una diretta, un’intervista, un’inchiesta, bisogna cambiare le cose, il sistema, saper lottare naturalmente per far cambiare le cose, come fa l’Organizzazione dei Giornalisti della Rai e i sindacati dei lavoratori della Rai in queste settimane, in questi giorni: certo occorre che operatori dei media e tifosi della pace, operatori della pace, collaborino di più, siano più a stretto contatto, evitiamo di piangerci l’uno sulle spalle dell’altro, diamoci insieme una mossa; voi operatori di pace dateci più notizie, più informazioni, più comunicazione alternativa, più informazione diversa, fateci capire di più cosa sta accadendo, in modo che noi possiamo avere un potere contrattuale nelle nostre redazioni. In alcune circostanze, in alcune guerre, in alcuni tentativi di ricostruzione dopo le guerre, in realtà voi operatori di pace ci siete, siete presenti, pagate dei prezzi; oggi noi giornalisti facciamo fatica ad esserci, per irresponsabili decisioni delle autorità di Governo, di chi ci dirige, di chi ha il controllo degli organi di stampa dei media: aiutiamoci a raccontare la verità alle donne e agli uomini del nostro tempo, che sono spesso bombardati da informazioni sommarie ed orientate; molti di noi giornalisti non aspettano altro e sono pronti a lottare, io sicuramente e noi Organizzazione dei Giornalisti sicuramente con loro. Vi ringrazio.
MessaggioInviato: Mar Feb 21, 2006 3:12 pm
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